Il Miracolo

La realtà e la forza dell’amore, il sogno di una vita migliore e il desiderio di avvicinarsi al bene, la sofferenza e la ricerca di un benessere fittizio, la freschezza dell’animo di un fanciullo e l’ipocrisia degli adulti, l’intelligenza di un bambino e la stupidità del sistema.

Tonio è un bambino di 12 anni. Un giorno viene investito da un’automobilista che poi scappa spaventata senza prestargli soccorso. Prima di perdere i sensi Tonio vede qualcosa che cambierà la sua vita. Portato in ospedale si risveglia dal coma. Lì, aggirandosi per i corridoi e le stanze durante la notte, viene casualmente in contatto con un uomo in fin di vita: l’elettrocardiogramma sul monitor è una linea piatta, ma quando Tonio gli si avvicina e lo tocca, il suo cuore riprende il battito normale. E’ stato un miracolo?

Regia: Edoardo Winspeare

Soggetto: Giorgia Cecere

Sceneggiatura: Giorgia Cecere e Pierpaolo Pirone

Fotografia: Paolo Carnera

Scenografia: Sabrina Balestra

Montaggio: Luca Benedetti

Costumi: Maria Giovanna Caselli

Musiche originali: Cinzia Marzo e Donatello Pisanello eseguite da OFFICINA ZOÈ

Produttore esecutivo: Tore Sansonetti

Produzione: Sidecar e Rai Cinema

Distribuzione: 01 Distribution

Tonio: Claudio D’Agostino
Pietro: Carlo Bruni
Annalisa: Anna Ferruzzo
Cinzia: Stefania Casciaro
Nonno: Angelo Gamarro
Sarino: Rosario Sambito
Giornalista: Luca Cirasola
Masi: Frank Crudele
Preside: Cosimo Cinieri
Madre Cinzia: Celeste Casciaro

Che Film fare dopo “Sangue Vivo” e “Pizzicata”?
L’amore per il cinema nei miei primi due lungometraggi salentini si accompagnava ad
una viscerale passione per la mia terra, con la conseguenza che la loro poetica risentiva
fortemente della ricerca antropologica, sia dal punto di vista drammaturgico che estetico.
Questa è stata, mi è stato detto, anche la loro forza, perché mi sono nutrito del materiale
umano che avevo a portata di mano dopo lunghi anni di osservazione sul campo. La mia
“ortodossia” nei confronti della musica popolare salentina, della lingua, del tipo fisico e
culturale dei personaggi, per non parlare dei luoghi scelti, hanno contribuito forse a far
riconoscere ai miei due film, in particolare “Sangue Vivo”, una convincente credibilità di
tipo realistico.
Ma la scommessa di questi lavori, una volta assorbito il realismo documentaristico, è
stata di trascendere da esso per creare una vicenda umana universale, con personaggi allo
stesso tempo tragici e moderni, dipinti in maniera da comunicare sia l’archetipo
emozionale, sia la loro schizofrenica modernità.
Il lavoro di ricerca sulla cultura e sulla società salentine, assieme a questa ricerca
drammaturgica, hanno forse reso “Pizzicata” e “Sangue Vivo”, se non apprezzabili,
almeno riconoscibili a spettatori di molti paesi del mondo. Il fatto che i miei due film
siano stati invitati a più di sessanta festival e distribuiti in vari paesi del mondo
(“Pizzicata” è uscito anche negli Usa, anche se ovviamente con poche copie e in piccole
sale “specializzate”) mi rende molto orgoglioso. Io spero, dunque, che il “mio” Salento
sia diventato una metafora di un qualsiasi altro luogo della Terra e che il mio amore nei
suoi confronti se non altro abbia dato una forma diversa ad una sostanza uguale: quella
dei sentimenti dell’uomo. Un mio amico cinese dice sempre “Visione globale,
caratteristica locale”. Ho cercato di fare mio questo principio.
In questi anni è stato molto importante per me il confronto con Giorgia Cecere, la cosceneggiatrice
di “Sangue Vivo” e con i produttori, Maurizio Tini e Tore Sansonetti,
sull’idea di Cinema e sull’Arte in generale. L’incontro con queste persone ha contribuito,
mi sembra, ad affinare la mia poetica filmica, a farmi intravedere un nuovo senso
nell’ormai stanca immagine in movimento, e soprattutto a farmi riflettere sul ruolo di
autore-regista. Io penso ai registi che amo come a poeti di immagini che si nutrono delle profondità dell’anima, perché sono capaci di riconoscerle, e che hanno eletto come
compagna della creazione, come scandaglio emotivo, la narrazione cinematografica.
Questa premessa era necessaria per introdurre le intenzioni artistiche del mio terzo
lungometraggio, il cui il titolo è “Il miracolo”, insieme al bisogno di esporre il mio
convincimento che un bel film è una tale prodigiosa alchimia di talenti da rendere in
qualche maniera riduttiva la firma del regista, sebbene ne sia in piccola o gran parte
l’autore. Personalmente, sarei molto orgoglioso se si riconoscesse in un mio film un
piccolo senso nella e della Vita di chi lo ha visto, ma allo stesso tempo sarei ancora più
felice se un film da me diretto potesse prescindere da me tanto è emozione pura.
Quando Giorgia Cecere mi ha raccontato la sua prima idea di un bambino che fa i
miracoli, proprio nel senso che guarisce le persone, e per questo viene sfruttato dal padre
che alla fine però si comporta da uomo difendendo il figlio dagli sciacalli della
televisione, ho pensato “è questo il film che voglio fare!”. Dopo un anno di lavoro degli
sceneggiatori e di tutti noi, infiniti scontri, ansie intellettuali, paure del cattivo gusto,
decisioni (coraggiose?), ripensamenti e geniali sciocchezze, posso dire con felicità:
“questo è il mio film”, una storia che racconta l’unico vero prodigio concesso all’uomo
che è quello dell’Amore.
Siamo partiti dalla “sorgente” del fiume delle idee, e lì le acque erano tumultuose e
disperse in mille rivoli, ma siamo finalmente arrivati alla confluenza con l’emissario
maggiore. Poi, ormai in pianura, il corso del fiume diventa placido e maturo, ma ancora
teneramente consapevole della recente e vitale infanzia montanara. Una volta in pianura,
bisogna controllare con perizia gli argini affinché il fiume diventato grande non straripi.
Infine, non resta che salire su di una barca e lasciarsi portare dalla corrente, a volte con il
timone sotto controllo e altre facendosi trasportare, cullare e magari pescando qualche
sorpresa. Alla foce, infine, in un ultimo fatale orgasmo, il vecchio fiume abbandona le
sue acque al mare grande. Non vorrei sembrare il giardiniere del Presidente e nemmeno
un mediocre poeta haiku giapponese, vorrei solo essere molto consapevole del mio
ruolo, in tutte le fasi della lavorazione e con ogni stato d’animo possibile, euforia creativa
come indecisione, successo come sofferenza. Penso che spesso sono i momenti negativi
a rendere interessante il percorso creativo di un film, a patto che io - come regista- riesca
a coglierne il messaggio e indirizzarlo in un nuovo segno.
Con questo film desidero anche “emanciparmi” dalle mie due opere salentine, senza
però rinnegarle. Il mio terzo film è sicuramente figlio dei primi due, ma anche molto
diverso per alcuni aspetti. Innanzitutto è quasi per intero girato a Taranto. Questa città
possiede la luce più struggente d’Italia ed è della Luce che parla la nostra storia. Si parte
da quel barlume che diventa un abbagliante chiarore quando ci si trova appena dopo la Vita e subito prima della Morte. Forse esiste una spiegazione scientifica o quasi
scientifica a questa esperienza, ma non è questo aspetto che mi interessa, non ho voluto
fare un film sul paranormale, sul confine tra la scienza e quello che la scienza non può
spiegare. Ho voluto una storia di forte realismo affinché l’emozione di un mistero
“normale” arrivasse quotidiana come la potenza dell’amore.
Taranto è perfetta perché è spaventosa, con i fumi dell’impianto siderurgico più grande
d’Europa a ridosso della città, ma è anche incantevole, per la posizione scelta dagli antichi
coloni spartani nel luogo più ameno della Magna Grecia. E’ lo scenario ideale per un
“miracolo”. Secondo me, se Gesù Cristo dovesse ritornare sulla Terra lo farebbe sulle
sponde del Mar Piccolo. E poi è circondata dall’acqua che riflette per ogni dove la Luce.
L’Acqua e la Luce, sfuggente e chiara, poi una giovane solitudine femminile e l’innocenza
di una adolescenza maschile, l’umanità e la purezza, due destini, uno liquido e l’altro
etereo, sfiancati dal Fuoco e dalla Materia, più arroganti e facili. Tutto questo avrei voluto
in “Un miracolo” a Taranto. Va da sé che la sfida fotografica è stata ciclopica. Una luce
vibrante.
Per ultimo vorrei soffermarmi sugli attori. Nel lavoro con gli interpreti, che sono
semplicemente “giusti”, sia che siano dei professionisti o che siano “presi dalla strada”
(come è stato per “Sangue Vivo”), ho pensato di estremizzare, quando possibile, il lavoro
sul quotidiano e in particolare sugli “ossimori del vissuto”, che paradossalmente rendono
la recitazione più credibile e vera (lo so che è una forzatura, ma a volte quando uno è
triste canta o più semplicemente immagino delle “distrazioni” nell’interpretazione).
Spero che un barlume di quella Luce che vede il ragazzino Tonio nel film ci “illumini”. Io
l’ho cercata per trattenerla un poco con me…


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